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La simbolica cornice in copertina, formata da due motivi ornamentali, la "greca" per l'Occidente e il "fiore di loto" per l'Oriente, vuole richiamare alla mente del lettore i due filoni dell'unica Tradizione universale che l'Editrice presenta nelle sue pubblicazioni. Il "Pozzo", da cui questi due rami si dipartono, può rappresentare per il "ricercatore assetato" la fonte ove attingere l' "acqua pura" della Conoscenza.

L'Autore [Raphael] non ha mai scritto o parlato per i molti o per gli eruditi, i dotti o i professionisti accademici (questi non hanno bisogno di suggestioni, indicazioni o delucidazioni), ma per quei pochi che, acceso il fuoco dentro di sé, sanno poi alimentarlo fino a farlo diventare una grande fiamma di amore verso la Conoscenza-realizzazione. (tratto da "Introduzione - Orfismo e Tradizione iniziatica" )

Tradizione Orientale

Tradizione Orientale

La Tradizione indù, nel suo complesso, è essenzialmente fondata sui Veda, parola che significa Conoscenza tradizionale per eccellenza e Scienza Sacra. Le diverse concezioni metafisiche e cosmologiche dell’india sono sviluppi, “prospettazioni” (darsana), per nulla incompatibili, dell’unica dottrina costituita dai Veda, principio e fondamento di tutti i Rami derivati.

Questi darsana, sempre che siano d’accordo con il loro principio vedico, non possono contraddirsi, anzi si completano e si chiariscono a vicenda. In questo non dobbiamo scorgere un “sincretismo” in quanto l’intera dottrina deve considerarsi contenuta “sinteticamente” nei Veda fin dall’origine, formando nella sua integralità un insieme perfettamente “coerente” e non “sistematico”.

In riferimento a questi darsana, che compendiano la problematica conoscitiva dell’Essere e del non-essere, si può dire che il Nyaya, il Vaisesika, il Samkhya e la Karma Mimamsa rispondono alla visione di Viràt e Hiranyagarbha (dualismo); lo Yoga e il Vedanta Visistadvaita di Ramanuja rispondono alla visione di Isvara (monismo) e il Vedanta advaita di Sankara risponde alla metafisica pura (non-dualismo).

Il Vedanta, etimologicamente “fine dei Veda", è uno dei sei darsana della spiritualità indù e si basa sull’insegnamento contenuto nelle Upanisad, che sono parte integrante dei Veda stessi. L’espressione “fine dei Veda” deve essere intesa nel doppio significato di “conclusione”, essendo le Upanisad l’ultima parte dei testi vedici, e di “scopo” perché quanto vi è insegnato è lo scopo ultimo dell’intera Conoscenza tradizionale.

Il Vedanta è una dottrina puramente metafisica e poiché la sua tematica fondamentale è la ricerca dell’Assoluto-Brahma costituisce Brahmavidya e assume caratteristiche essenziali di Advaitavada, ovvero “dottrina della Non-dualità”, in quanto Brahma, Principio supremo, è detto “senza secondo” perché di là da ogni determinazione.

Il Vedanta advaita è metafisica tradizionale e come tale s’interessa di ciò che è “al di là della Fisica”, della Natura, delle forme grossolane e sottili, del sostanziale, dell’Uno stesso principiale, del Dio-persona; al di là dell’oggettivo e del soggettivo, al di là di ogni possibile polarità. Ciò implica che il Vedanta advaita porta all’Assoluto inqualificato, alla Costante, all’infinito, al Non-Essere in quanto puro e unico Essere, all'Incondizionato, all’Uno-senza-secondo. Da ciò si può dedurre che tale dottrina implica l’esclusione di ogni forma di panteismo, immanentismo e psichismo, ed essendo aperta a possibilità di concezioni illimitate non può affatto racchiudersi nei limiti di un sistema che, per la sua particolare configurazione, rispecchia una concezione chiusa.

In merito ai testi tradotti vanno considerati alcuni aspetti di particolare rilievo.

- Alcune costituiscono una vera e propria rarità, sia perché sono tradotte per la prima volta in italiano direttamente dal sanscrito, sia perché ci offrono l’opportunità di conoscere il pensiero di due dei più grandi filosofi che l’india abbia mai avuto: Gaudapada e Sankara. Gaudapada ha presentato nella sua opera la dottrina della non-generazione (Ajativada) o la via del senza-sostegno (Asparsavada), Sankara ha codificato il Vedanta advaita, la più ardita metafisica che si conosca.

- I commenti di Raphael rivestono, per il lettore, grande importanza se si pensa che Egli ha tenuto presente i seguenti punti:

a) Rimanere fedele alla Tradizione advaita e asparsa entro cui tali testi si collocano.

b) Renderli accessibili all’occidentale con una metodologia concettuale aderente al suo tipo di mente e alla sua particolare ricezione, senza menomare, volgarizzare o costringere in un “sistema” l'Advaita.

c) Stimolare adeguatamente la coscienza del lettore, essendo lo stesso Raphael un advaitin-asparsin praticante e attivo.

- Nella concezione tradizionale ha valore solo la Dottrina e non l’individualità che la presenta ed è per questo che Raphael pone l’accento sulla trasmissione efficace dell’Insegnamento, rifuggendo da ogni desiderio di esprimere contenuti personalizzati della Dottrina. Egli è un interprete fedele e il suo sforzo consiste unicamente nel conferire alla Dottrina un’espressione singolarmente incisiva.

 

Gaudapada e la Tradizione advaita

 

Con Gaudapada inizia ciò che viene definito il manavasam- pradaya, la trasmissione tradizionale dell’insegnamento tramite esseri umani.

È a partire da Gaudapada che la Tradizione advaita diventa storicamente evidente quale manifestazione visibile di una Tradizione già esistente. Egli è stato il primo Maestro umano a ricevere la conoscenza dell'Advaita e a impartirla ai suoi discepoli, e per questo gli viene attribuito il massimo rispetto in seno alla Tradizione advaita.

Il Vedanta advaita inizia, da un punto di vista filosofico e istituzionale, con Sankara, vissuto nel 788-820 d.C. Tramite i suoi scritti, soprattutto il Commentario (bhàsya) alla Prastha-natraya (Upanisad, Bhagavadgita, Brahmasutra), e la sua azione - l’istituzione di dieci ordini monastici (dasanamin) per prevenire degenerazioni nella pratica spirituale e la fondazione di monasteri (matha) ai quattro punti cardinali dell’india attraverso i quali assicurare la continuità della Tradizione - Egli ha compiuto un’opera di “rettificazione” rivivificando la Tradizione dei Veda- Upanisad.

Sankara riconosce che l’eredità spirituale e filosofica del Ve­danta advaita, già presente nelle Upanisad, proviene dall’insegnamento trasmesso attraverso una “catena” di guru (guru- parampara).

Questi sono ricordati in un Inno, il Paramparastotra, che contiene l’elenco dei primi Maestri Advaita e che viene recitato dai seguaci sankariani prima di iniziare lo studio dei Grandi Commentari.

 


 

 

 

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